Confessioni di un consulente IT

iGoogle: vivo o morto? Morto

Posted in Internet by pigreco314 on 6 luglio, 2012

Un bel po’ di mesi fa si parlava di questa cosa qua.

E oggi vedo questo annuncio qui.

Tutto secondo i piani direi.

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A proposito della puntata di Report “Il prodotto sei tu”

Posted in Cultura, Internet, Italia, Tecnologia, Zeitgeist by pigreco314 on 12 aprile, 2011

Viewzi on Facebook by Giovanni Gallucci

La puntata di Report andata in onda lunedi 10 Aprile 2011 ha creato parecchio subbuglio in Rete.

Chiarisco subito la mia posizione e dico che a mio parere la redazione di Report ha fatto di nuovo un ottimo lavoro.

Il tema del servizio principale della puntata intitolato “Il prodotto sei tu” è riassumibile con: privacy e sicurezza nell’era dei social network. In realtà i sotto-temi trattati erano parecchi: l’uso che Facebook fa dei dati personali degli utenti, il business model di Google AdSense, i diritti di utilizzo dei contenuti multimediali postati su YouTube, la sicurezza delle reti wireless, WikiLeaks, la pirateria e la violazione dei diritti d’autore e mi sa che ne ho pure scordato qualcuno.

Mentre la puntata andava in onda seguivo lo stream di messaggi su Twitter. Riassumo qui sotto le critiche che ritornavano più frequentemente e che sono state ribadite sui blog, forum e siti specializzati (accanto a un numero pressocché equivalente di commenti a difesa della trasmissione) nei quali, in estrema sintesi, si accusa Report di aver sparso FUD sui social network, su internet, su google, facebook e compagnia.

Critica #1: la puntata è stata un gran minestrone di argomenti toccati in maniera superficiale

Che la puntata abbia riguardato parecchi argomenti è un dato di fatto, ma sul “minestrone superficiale” non sono assolutamente d’accordo. Si può discutere sulla scelta redazionale di far confluire così tanto temi in una sola puntata ma l’autrice del servizio (Stefania Rimini) a mio parere ha svolto un eccellente lavoro di sintesi presentando aspetti diversissimi del mondo dei social network e di Internet in maniera organica e coerente. Circa la superficialità, vorrei far notare che quando si è parlato di sicurezza si è menzionato Firesheep, un plugin di Firefox che opera su reti wifi aperte e “sequestra” sessioni autenticate non protette da https, consentendo a chiunque di impossessarsi del vostro account Facebook, Google, Twitter a meno che non abbiate preso le opportune precauzioni. I saccenti di Wired, rivista che mi risulta essere soprannominata “La Bibbia Di Internet” e che in risposta alla puntata di Report hanno pubblicato un editoriale assai caustico a firma di Matteo Bordone, hanno deciso di occuparsi del tema Firesheep in un numero esorbitante di articoli: ben 2 (due).

Oggi Matteo Bordone si decide a pubblicare una critica un po’ meno sguaiata ma che di nuovo è ipergenerica e non entra mai nel merito. Provaci ancora Matt, sarai più fortunato.

Critica #2: si è fatto del terrorismo psicologico

Tanto per cominciare, parlare di Firesheep significa fare terrorismo psicologico?

Quanti tra coloro che hanno rivolto questa critica hanno letto con attenzione il documento contenente i Termini e le Condizioni del servizio offerto da Facebook ? Sicuramente a lor signori non sarà sfuggito il paragrafo in cui si dice che qualunque cosa essi pubblichino sul proprio profilo Facebook diventa di proprietà di Facebook e che a quest’ultima venga conferito il diritto di cedere tali contenuti a terze parti, anche dietro compenso e senza obbligo di informarne l’autore.Vero? Bene, se ne siete al corrente continuate pure a usare Facebook e vivete in pace e in caso di problemi rivolgetevi pure al tribunale della contea di Santa Clara.

Così come il sottoscritto continuerà a usare gmail ben sapendo che mentre leggo la mia posta privata, un algoritmo in esecuzione da qualche parte nella google cloud la legge insieme a me, selezionando annunci pubblicitari correlati con il contenuto del mio messaggio e presentandoli in un pannello laterale assai poco invasivo. Qual è il problema? D’altra parte è solo un algoritmo senza cervello che accede alla nostra posta privata, non una persona fisica.

Il punto non è questo.

Il punto è che dobbiamo FIDARCI del fatto che Google o qualunque altro service provider su cui transita la nostra posta non vada mai a ficcare il naso nella nostra corrispondenza privata o che non faccia qualcosa di ancora più subdolo: per esempio limitarsi a monitorare le query che l’algoritmo esegue sui database degli annunci pubblicitari di google e creare un profilo del mio account sulla base delle parole chiave ricercate. Fare questo non richiede nemmeno accedere al contenuto della mia posta e non so nemmeno se è esplicitamente vietato dalle condizioni del servizio Gmail.

Di sicuro fidarsi di GMail sarebbe un pelino più facile se fossero implementati in maniera nativa meccanismi come PGP che ci farebbero guadagnare un bel po’ di sicurezza a scapito di un bel po’ di comodità mobile. A proposito, che fine ha fatto quel progettino?

L’importante è sapere quali sono i limiti della nostra privacy e decidere consapevolmente di rinunciarvi in parte in favore della comodità di accedere alla nostra posta dal PC di casa, da un iPhone, dal Blackberry, dall’Internet Cafè più sperduto.

Per lo meno, come suggerito dal servizio di Report, abilitiamo HTTPS ogni qualvolta sia disponibile: il traffico tra server e browser sarà criptato e saremo al sicuro da Firesheep. E usiamo password un po’ più sicure di “pippo123”.

Tutto ciò significa fare terrorismo? Io dico che è fare informazione e servizio pubblico, nella consolidata tradizione di Report.

Aggiungo che Stefania Rimini non si è limitata a parlare dei rischi connessi con le attività online ma ha parlato dei meriti che Twitter e Facebook hanno avuto e hanno tuttora negli eventi che hanno sconvolto il Nord Africa e di come hanno consentito a un’associazione del Ferrarese di raccogliere 12mila euro per rifare il pavimento dell’oratorio parrocchiale.

Critica #3: sveglia ragazzi, Facebook non è il mondo reale!

Qualcuno ha criticato il passaggio in cui una ragazza descriveva un gioco online di Facebook (CityVille), accusandola di lamentarsi di dover pagare con soldi reali per poter continuare a giocare, bollandola come bimbaminkia e invitandola a trascorrere un po’ più di tempo nel mondo reale. Innanzitutto basta rivedersi il filmato per rendersi conto che questa ragazza tutto faceva tranne che lamentarsi di dover sganciare denaro per giocare su Facebook.

In secondo luogo, forse è il caso di fare un corso di aggiornamento: il mondo digitale sta diventando sempre di più il mondo reale. Certo, non nel senso che chattare o giocare per ore su Facebook offra la stessa esperienza di una splendida gita in campagna con gli amici. Ma vi invito a riflettere sul fatto che fare commenti inappropriati sull’immagine digitale di una persona, per esempio il suo account Facebook, equivalga a diffamare la sua immagine pubblica di fronte all’intera platea di utenti Facebook, qualche centinaio di milioni di persone.

Siete ancora convinti che il mondo reale sia “là fuori” ?

Le mie critiche

Alcuni passaggi tra un argomento e l’altro del servizio erano deboli. Per esempio quello in cui viene introdotto il tema dei video virali in cui Stefania Rimini dice “[…] se le aziende si accorgono che che la gente rimpiange la vita autentica, postano un video come questo che diventa virale e lo vede un milione di persone”, un’affermazione  abbastanza insensata.

Altri argomenti potevano essere convenientemene approfonditi con una sola domanda. Per esempio, alla signora che pubblica un video di sua figlia su YouTube e si lamenta che lo stesso video venga trasmesso su un programma di Italia Uno (in violazione dei termini stabiliti da Google per l’utilizzo dei contenuti, per inciso) andava chiesto:”Signora, ci aiuti a capire perché le crea problemi che il video di sua figlia venga visto in televisione e le sta bene che il medesimo contenuto sia a disposizione di una platea assai più ampia come quella gli utenti di YouTube”.

Nel passaggio in cui un tizio racconta dell’avvenuto furto del proprio account google e riconosce di aver usato una password molto debole, Stefania Rimini sostiene che le credenziali dell’utente sono state sbirciate nonostante fossero trasmesse su una connessione protetta: una conclusione in conflitto con il racconto del protagonista e priva di fondamento. Se le cose fossero andate così, andava per lo meno spiegato come cautelarsi.

Infine, il doppiaggio in alcuni punti era forse troppo carico di espressione e finiva con il trasmettere un sovra-messaggio che poteva arrivare a distorcere quello verbale. Segnalo la scelta di doppiare il rappesentante di Facebook con la voce Roberto Pedicini, ossia il doppiatore di David Brent (Ricky Gervais) nella serie The Office. Un caso? 😉

Morale e consiglio

Ritengo gran parte delle critiche rivolte alla trasmissione di Milena Gabanelli alla stregua di manifestazioni di fastidio, come quelle di chi vede giungere nel proprio club privato gente che non ritiene avere i titoli per accedervi e dico questo perché molte di queste critiche non entrano mai nel merito del servizio di Stefania Rimini e si limitano a darne giudizi sommari, superficiali spesso lunghi quanto un twit.

Riconosco invece alla puntata il merito di avere gettato un bel fascio di luce sul tema della privacy digitale nei confronti di corporations per le quali il più delle volte non siamo Clienti ma semplice Pubblico e come tale in grado di vantare molti meno diritti. Tra cui uno, in particolare, fondamentale: disattivare il proprio account.

Quindi promuovo il servizio “Il prodotto sei tu”, Stefania Rimini, Report, Milena Gabanelli e boccio senza appello i critici a corto argomenti.

Detto questo, ho un suggerimento da dare alla Gabanelli: Peter Sloan è molto simpatico, però magari nella prossima serie di Report in aggiunta alle lezioni di conversazione e pronuncia inglese, non ci starebbe male una rubrica in coda alla trasmissione per approfondire i moltissimi temi presentati nel servizio di domenica scorsa.

Vivere nella Nuvola

Posted in Geek Corner, Internet by pigreco314 on 10 febbraio, 2011

Al momento per quanto mi riguarda il concetto di cloud computing si declina in applicazioni web based e ubiqua memorizzazione di massa: GMail (con backup, mi raccomando), Google Documents (idem), Flickr.

In Google Documents, per esempio, tra le altre cose metto copia degli scontrini di acquisto dei prodotti nel caso debba avvalermi della garanzia. La cosa mi è tornata particolarmente utile l’altro giorno quando ho dovuto effettuare il reso del router Sitecom WL-341 che di punto in bianco ha deciso di rifiutare connessioni wifi. Mi reco da Mediaworld con l’apparecchio e la stampa della relativa ricevuta di acquisto. L’addetto getta un’occhiata al foglio e mi fa notare che sullo scontrino manca la data, evidentemente eliminata da un qualche baco della funzione di stampa di Google Documents. Mi sono risparmiato un viaggio collegandomi via Blackberry a Google Documents e girando via email all’addetto dell’assistenza Mediaworld la copia digitale dello scontrino (datato novembre 2009), grazie al quale l’esemplare difettoso mi è stato prontamente sostituito.

Lo storage distribuito mi aiuta inoltre a risolvere un paio di problemi particolarmente fastidiosi legati all’utilizzo su computer diversi di applicazioni come il browser Firefox, il programma iTunes o l’accesso a risorse preziose come il file criptato in cui conservo le mie password.

Per quanto riguarda il problema della condivisione della configurazione di Firefox su computer diversi ho attivato FireSync (escludendo però la sincronizzazione delle password). Ho letto di addons ( per esempio Syphon, nome che non ispira ma pare funzioni bene) che consentirebbero la sincronizzazione anche delle estensioni installate ma per ora non mi sono ancora spinto tanto in là.

Cliccate sull'immagine per avere 250MB extra

Assai più interessante è il sistema di condivisione del file delle password e della libreria di iTunes che ho realizzato usando Dropbox.

Se ancora non conoscete Dropbox vi consiglio di visitarne il sito web e provarlo, non costa nulla: il servizio prevede un’opzione gratuita che offre 2GB di storage remoto. Se create un account seguendo questo link ci sono 250MB di spazio aggiuntivo per voi e per me.

Dropbox crea una serie di directory in una locazione predefinita che mantiene sincronizzate con i propri server e qualunque altro computer che decidiate di collegare al vostro account. A differenza di Windows Live Mesh, Dropbox non consente di mantenere sincronizzata qualsivoglia cartella del vostro filesystem ma esiste uno stratagemma promettente che non ho ancora sperimentato appieno.

Su Dropbox ho memorizzo il file criptato di PasswordSafe contenente le password dei miei account, in modo che aggiunte e modifiche vengano automaticamente trasferite da un PC all’altro. Trovo questa soluzione più sicura rispetto ai password manager online.

Come dicevo sopra, Dropbox mi consente di mantenere allineate le copie della libreria di iTunes (per intenderci il file iTunes Library.itl)  memorizzate su computer diversi.

La cosa è assai semplice a realizzarsi ma se volete una procedura passo passo potete leggere questo articolo su Lifehacker, nel quale viene descritto anche una soluzione basata su AutoHotKey (una piccola perla nel mondo delle utility di cui parlerò in altro articolo) per evitare l’avvio contemporaneo di istanze multiple di iTunes su computer diversi. Non ho adottato questo espediente perché non ho bisogno di condividere la mia libreria di iTunes con altri utenti e quindi l’eventualità di lanciare il programma contemporaneamente su computer diversi sarebbe sbadataggine più che una necessità. Inoltre lo script di autohotkey riportato nell’articolo mi sembra bacato. Infine occorrerebbe anche configurare  iTunes in modo che non venga attivato automaticamente quando si collega un iPod al computer.

Visto che su Dropbox non memorizzo la considerevole mole dei miei brani musicali, tuttora salvati su un disco locale, l’uniformità di accesso ai file da iTunes su computer differenti viene realizzata con un piccolo trucco: al disco che di volta in volta collego al computer viene sempre assegnata la medesima lettera di unità. In questo modo il path di ciascun file è valido indipendentemente dal computer su cui iTunes è al momento in esecuzione.

La migrazione su piattaforma cloud potrebbe rappresentare la naturale evoluzione del servizio di Apple che per esempio potrebbe utilizzare la propria piattaform cloud per consentire agli utenti di conservare su storage distribuito le copie  dei contenuti multimediali acquistati su iTunes con la possibilità di poterli riprodurre via Internet su computer e dispositivi mobili.

D’altra parte ci sono già arrivati Grooveshark e l’industria del porno.

Un paio di cose che ho capito di web editing aziendale

Posted in Consulenti, Idee, Internet by pigreco314 on 30 gennaio, 2011

Come spiegato nell’articolo precedente, una delle attività in cui sono stato coinvolto di recente mi ha indotto ad analizzare con occhio più critico i contenuti dei siti web aziendali. Ovviamente questo non basta a fare di me un esperto, tuttavia un paio di cose penso di averle capite e vorrei proporle alla dozzina di lettori che quotidianamente bazzicano su questo sito e che mi fanno temere sempre di più per il carico dei server di WordPress.

In epoca in cui il social networking offre alle aziende nuovi strumenti per stabilire la propria presenza nella Rete, (ri)definire l’immagine del proprio marchio e lanciare efficaci campagne di marketing virale attraverso mezzi come Twitter e Facebook, il sito web rimane il vero biglietto da visita della società e la fonte primaria di informazione per gli utenti e consumatori che vogliono saperne di più sul business svolto dalla azienda.

Una cosa che ho notato è la tendenza a progettare i contenuti di un sito web (compreso il nostro che infatti ) attorno a quello che l’azienda “fa”, “produce” o “vende” senza spendere più di due righe a spiegare quale sia il VALORE che ne ricaverebbe il potenziale cliente. Il quale, se ha non ha abbandonato la lettura dopo le prime righe, si ritroverà a guardare perplesso e pensieroso un’ insignificante pagina web, mormorando tra sé: “Embé?”.

Prendo una pagina da un sito web scelto “a caso” come esempio di come secondo me NON deve essere presentata una delle competenze fornite dalla propria azienda. Qui sotto trovate la miniatura della pagina relativa ai servizi di business consulting offerti dalla società di consulenza everis. Cliccate sull’immagine per aprire la pagina. Vi concedo qualche secondo per dare un’occhiata, poi tornate qua che vi devo parlare.

Business consulting secondo everis

Non infieriremo e ci limiteremo a dire che non è un granché. Innanzitutto la pagina (e tutto il sito in realtà) annega letteralmente nelle parole e fa un pessimo nonché modestissimo uso della grafica. Il testo invade perfino l’immagine (che dovrebbe parlare da sola senza necessità di didascalie) coprendone proprio l’area di messa a fuoco compromettendonone così ulteriormente l’efficacia. La sezione denominata “Servizi” che è strutturata come un elenco e serve a dare un po’ d’ordine all’elemento testuale è stata inserita nella metà inferiore della pagina dove forse il lettore nemmeno mai arriverà dopo la pessima accoglienza ricevuta nella metà superiore.

Ma non è tanto dell’aspetto grafico che voglio parlare anche perché non ne ho le competenze al di là della mia sensibilità e gusto personali quanto dei contenuti.

Da una prima lettura della pagina, notiamo innanzitutto parecchi segnali di quel grammelot tecnologico-consulenziale-aziendalese a cui alludevo nel post precedente. Alcuni esempi:

ci basiamo sulla generazione di un rapporto di fiducia a lungo termine,trasformandoci in partner delle aziende con cui lavoriamo e rendendo possibile l’applicazione delle nostre proposte lungo l’intera catena del valore…

Disponiamo di aree di alta specializzazione sulle strategie di business che generano spazi di referenza sul mercato

…compromesso con gli obettivi di business definiti con i nostri clienti sino al loro perfezionamento attraverso un sistema di vincolo…

Il nostro approccio è di tipo scarsamente intrusivo e molto positivo

e via dicendo: troverete molti altri esempi di questo linguaggio assai poco efficace nel resto della pagina e ovunque nel sito di everis.

Il primo ovvio problema di questo linguaggio è che non comunica alcunché, suona come una pessima traduzione (e probabilmente lo è), si vede che è stato scritto senz’anima. Mi domando persino se l’autore sia un dipendente dell’azienda. Chiamatemi ingenuo, non so come funziona di solito, ma non credo sia una buona idea far scrivere i contenuti del sito web della propria azienda a una persona che non ci lavori da parecchio tempo. Ritengo molto più efficace un approccio in cui il business decide  il tipo di messaggio che si vuole lanciare, il marketing aiuta a definire come lanciarlo e le persone che lavorano NEL business contribuiscono a riempirlo di contenuti a seconda delle proprie competenze. Avrete certo bisogno di professionisti del web per raffinare la forma ma non lasciategli decidere il contenuto.

Un altro problema che riscontro nel  linguaggio utilizzato da everis è che dà quasi tutto per scontato: la pagina è scritta per un utente che ha già una conoscenza approfondita del business in cui Everis opera e abbia familiarità con la terminologia (ma quanti sanno cosa significa riduzione di churn? io no!). Ma proprio perché Everis pensa che questa pagina debba essere letta solo da addetti ai lavori, dovrebbe sfruttare al massimo la piccolissima finestra di attenzione concessa dall’utente evitando di inondarlo di ovvietà, frasi fatte e concetti che vengono strangolati dalle parole. Alle riunioni per definire i contenuti del sito le discussioni devono essere state del tipo: “Che altro abbiamo? Ah già il business consulting”.

Quello che capisco da questa pagina è che everis non ha bisogno di pubblicizzare le proprie competenze in ambito business consulting, forse perché gli affari le vanno talmente bene da poterle permettere di pubblicare qualunque cosa oppure perché l’immagine che everis ha di sé non è quella di un player convincente in questo settore.

Come dovrebbe essere ripensata questa pagina per dare almeno l’impressione che Everis faccia sul serio nell’area del business consulting?

Ne parliamo in uno dei prossimi post.

Update: ho cambiato idea. Se a Everis sta bene tenersi un sito che fa schifo ma chi sono mai io per convincerli del contrario. Gratis tra l’altro.

This message looks suspicious to our SmartScreen filters

Posted in Internet by pigreco314 on 30 dicembre, 2010

Forse Microsoft dovrebbe rivedere un poco l’algoritmo dei filtri SmartScreen se anche la ricevuta di una fattura per l’acquisto di un prodotto Microsoft, inviata da Microsoft a una casella di posta di Microsoft appare sospetta.

iGoogle: vivo o morto?

Posted in Internet by pigreco314 on 27 dicembre, 2010

La domanda sorge spontanea visto che a mio modesto avviso l’attenzione rivolta da Google sulla propria versione del concetto di personalized homepage langue a dir poco.

L’ultimo articolo pubblicato sul blog ufficiale degli sviluppatori risale al 23 giugno 2010 e l’ultima novità di rilievo risale al 2008 quando Google ebbe la malaugurata idea di alterare l’aspetto della homepage spostando i tab dalla barra orizzontale in alto al pannello verticale sinistro suscitando un coro di reazioni negative.

La qualità dei gadgets è piuttosto scarsa: non che abbia mai brillato ma non si nota un grande sforzo per cercare di scremare gli add-on ben fatti dalla fuffa e la directory pullula di emerite schifezze come d’altra parte è esemplificato dal disclaimer a fondo pagina:

“La maggior parte dei contenuti della directory è stata sviluppata dagli utenti di Google. Google non ne garantisce le prestazioni, la qualità o i contenuti. L’inserimento nella directory è gratuito e la posizione occupata nella directory non può essere migliorata dietro pagamento”.

Alcuni gadget sono afflitti da malfunzionamenti atavici che riemergono occasionalmente senza apparente motivo. Per esempio il gadget di GMail a volte si rifiuta di visualizzare i messaggi di posta se sull’account è configurato HTTPS, salvo poi riprendere a funzionare dopo alcuni minuti o ore. Il ché non sarebbe nemmeno una brutto segno se sta a significare che qualcuno ci sta lavorando.

L’unico meccanismo premiante è il sistema delle valutazioni, ma quando la qualità è diffusamente scarsa e i voti sono pochi la classica non conta granché.

La community è più o meno abbandonata a sé stessa: molto spesso i commenti ai gadget sono l’occasione per flame gratuiti e non per una critica costruttiva finalizzata al miglioramento di un prodotto. Spassosissimi in particolare quelli degli utenti italiani che anche quando lo sviluppatore è straniero si ostinano a commentare in madrelingua lamentandosi che i loro feedback non vengano presi in considerazione.

Il codice dei gadget può apparire assai intricato e non favorisce di certo la possibilità di collaborare a estendere funzionalità e a correggere errori. Provate a guardare il codice del gadget dei Google Bookmarks e sappiatemi dire.

Insomma, un’altra di quelle cose che sono diventate periferiche rispetto al main stream di Google fino a che non vengono dimenticate e lasciate morire, come Google Wave per esempio.

In effetti nell’era di Facebook e di una fruizione di internet che si sposta sempre più su dispositivi mobili c’è da domandarsi se ci sarà un futuro per le personalized homepages.

In compenso, se clicco sulle opzioni del gadget dei bookmark e seleziono “Ti potrebbe piacere anche” mi viene suggerito l’oroscopo del giorno.

 

NO LEGGE BAVAGLIO ALLA RETE

Posted in Internet, Zeitgeist by pigreco314 on 23 luglio, 2010

Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati

La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della
Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati
dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del
c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o
inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel
Palazzo.
La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata,
illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità
dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare
della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni,
eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per
l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.
Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul
versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne
uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger
rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.
Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come
se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti,
significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri
economici e politici.
Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha
dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di
attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione
Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto
alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la
propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso
ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.
Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il
dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo
la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.
L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto
fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini
siano costretti a rinunciarvi

Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

Vittorio Zambardino, Scene Digitali

Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu

Filippo Rossi Direttore Ffwebmagazine e Caffeina magazine

Luca Conti, Pandemia

Fabio Chiusi, Il Nichilista

Daniele Sensi, L’AntiComunitarista

Wil Nonleggerlo, Non leggere questo Blog!

pigreco314, licensetransfer.wordpress.com

Facebook | No Legge Bavaglio alla Rete: NO LEGGE BAVAGLIO ALLA RETE.

Un social network della malattia

Posted in Idee, Internet by pigreco314 on 4 gennaio, 2010

Idea che rimugino da qualche tempo, mentre riordinavo l’esito degli esami che documentano l’evoluzione (per ora benigna) della mia tiroidite. Ulteriore conferma di come spesso l’infermità può essere uno stato fisico e spirituale assai fecondo da cui nascono piccole e grandi intuizioni.

Penso a un facebook della malattia che crei relazioni sulla base di patologie, aiuti le persone a capirne di più dei propri mali, a interpretare sintomi, a consultare specialisti, a georeferenziare la distribuzione del morbo, a mettere in relazione stili di vita e abitudini con condizioni patologiche attuali o potenziali, a fare un uso responsabile dei farmaci, a ricevere conforto.

Ho trovato qualcosa di simile in Malaria Engage, un sito creato per diffondere consapevolezza sul tema della malaria e sviluppare progetti concreti per combatterla, mettendo in contatto persone, finanziatori, organizzazioni umanitarie e consentendo a chi dà il proprio contributo per contrastare la diffusione della malattia di misurare l’impatto dei propri sforzi.

A parte questo e pochi altri esempi, l’idea mi sembra al momento largamente inesplorata.

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Ho disattivato il mio account su Facebook

Posted in Internet, Web20 by pigreco314 on 26 settembre, 2007

Sarà che sto invecchiando, ma Facebook è davvero un servizio di social networking che non ho capito. E ancora meno capisco la stima fatta da Microsoft del suo valore di mercato pari a 10B$.

  • Trovo antipatica e dispersiva l’interfaccia.
  • L’autenticazione non è cifrata e si basa esclusivamente su session cookie (vabbè, questo pure Flickr)
  • Facebook organizza gli utenti in networks, ma io sono riuscito ad aggregarmi solo ad una alla volta (e quindi puoi far parte della network Italia ma non di quella dei laureati della tua università, al medesimo tempo)
  • Vedo i miei contatti indaffaratissimi a installare nuovi moduli (“i libri che ho letto”, “la musica che sto ascoltando”, “Viva Barak Obama”, ecc.) o a modificare continuamente la tagline del giorno (anche più volte al giorno), magari per scrivere “Sto cambiando la mia tagline su Facebook”.

Mah. Sono più pepplezzo del Mago di Segrate.

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The Great Chinese Firewall

Posted in Internet by pigreco314 on 4 settembre, 2007


Durante la mia recente vacanza a Pechino oltre ad aver percorso un lungo tratto della Grande Muraglia ho anche toccato con mano il Grande Firewall Cinese.
Dal 7 Giugno 2007 infatti, le foto di Flickr non sono visibili dalla Cina.
Il blocco non è totale: il sito è ancora accessibile ma le fotografie non vengono visualizzate.
La Cina esercita uno stretto controllo sul traffico internet attraverso i propri confini anche se, per quanto ho potuto sperimentare, il blocco agisce prevalentemente sul contenuto testuale web ed è basato su una blacklist di parole chiave. Se il traffico è criptato il blocco non ha effetto.
Fortunatamente la connessione VPN alla mia rete aziendale funzionava senza problemi.
Ho così potuto sfruttare un’utilissima funzione della Secure Shell che consente di creare un tunnel criptato per il traffico http.
Aprendo una connessione ssh a un server Linux nella mia rete aziendale usando il programma putty e configurando il browser in modo da utilizare il server come proxy il World Wide Web è tornato visibile anche dalla Cina.
Per la descrizione dettagliata della tecnica del tunnelling http (e molti altri protocolli) su ssh potete cominciare da qui.