Confessioni di un consulente IT

A proposito della puntata di Report “Il prodotto sei tu”

Posted in Cultura, Internet, Italia, Tecnologia, Zeitgeist by pigreco314 on 12 aprile, 2011

Viewzi on Facebook by Giovanni Gallucci

La puntata di Report andata in onda lunedi 10 Aprile 2011 ha creato parecchio subbuglio in Rete.

Chiarisco subito la mia posizione e dico che a mio parere la redazione di Report ha fatto di nuovo un ottimo lavoro.

Il tema del servizio principale della puntata intitolato “Il prodotto sei tu” è riassumibile con: privacy e sicurezza nell’era dei social network. In realtà i sotto-temi trattati erano parecchi: l’uso che Facebook fa dei dati personali degli utenti, il business model di Google AdSense, i diritti di utilizzo dei contenuti multimediali postati su YouTube, la sicurezza delle reti wireless, WikiLeaks, la pirateria e la violazione dei diritti d’autore e mi sa che ne ho pure scordato qualcuno.

Mentre la puntata andava in onda seguivo lo stream di messaggi su Twitter. Riassumo qui sotto le critiche che ritornavano più frequentemente e che sono state ribadite sui blog, forum e siti specializzati (accanto a un numero pressocché equivalente di commenti a difesa della trasmissione) nei quali, in estrema sintesi, si accusa Report di aver sparso FUD sui social network, su internet, su google, facebook e compagnia.

Critica #1: la puntata è stata un gran minestrone di argomenti toccati in maniera superficiale

Che la puntata abbia riguardato parecchi argomenti è un dato di fatto, ma sul “minestrone superficiale” non sono assolutamente d’accordo. Si può discutere sulla scelta redazionale di far confluire così tanto temi in una sola puntata ma l’autrice del servizio (Stefania Rimini) a mio parere ha svolto un eccellente lavoro di sintesi presentando aspetti diversissimi del mondo dei social network e di Internet in maniera organica e coerente. Circa la superficialità, vorrei far notare che quando si è parlato di sicurezza si è menzionato Firesheep, un plugin di Firefox che opera su reti wifi aperte e “sequestra” sessioni autenticate non protette da https, consentendo a chiunque di impossessarsi del vostro account Facebook, Google, Twitter a meno che non abbiate preso le opportune precauzioni. I saccenti di Wired, rivista che mi risulta essere soprannominata “La Bibbia Di Internet” e che in risposta alla puntata di Report hanno pubblicato un editoriale assai caustico a firma di Matteo Bordone, hanno deciso di occuparsi del tema Firesheep in un numero esorbitante di articoli: ben 2 (due).

Oggi Matteo Bordone si decide a pubblicare una critica un po’ meno sguaiata ma che di nuovo è ipergenerica e non entra mai nel merito. Provaci ancora Matt, sarai più fortunato.

Critica #2: si è fatto del terrorismo psicologico

Tanto per cominciare, parlare di Firesheep significa fare terrorismo psicologico?

Quanti tra coloro che hanno rivolto questa critica hanno letto con attenzione il documento contenente i Termini e le Condizioni del servizio offerto da Facebook ? Sicuramente a lor signori non sarà sfuggito il paragrafo in cui si dice che qualunque cosa essi pubblichino sul proprio profilo Facebook diventa di proprietà di Facebook e che a quest’ultima venga conferito il diritto di cedere tali contenuti a terze parti, anche dietro compenso e senza obbligo di informarne l’autore.Vero? Bene, se ne siete al corrente continuate pure a usare Facebook e vivete in pace e in caso di problemi rivolgetevi pure al tribunale della contea di Santa Clara.

Così come il sottoscritto continuerà a usare gmail ben sapendo che mentre leggo la mia posta privata, un algoritmo in esecuzione da qualche parte nella google cloud la legge insieme a me, selezionando annunci pubblicitari correlati con il contenuto del mio messaggio e presentandoli in un pannello laterale assai poco invasivo. Qual è il problema? D’altra parte è solo un algoritmo senza cervello che accede alla nostra posta privata, non una persona fisica.

Il punto non è questo.

Il punto è che dobbiamo FIDARCI del fatto che Google o qualunque altro service provider su cui transita la nostra posta non vada mai a ficcare il naso nella nostra corrispondenza privata o che non faccia qualcosa di ancora più subdolo: per esempio limitarsi a monitorare le query che l’algoritmo esegue sui database degli annunci pubblicitari di google e creare un profilo del mio account sulla base delle parole chiave ricercate. Fare questo non richiede nemmeno accedere al contenuto della mia posta e non so nemmeno se è esplicitamente vietato dalle condizioni del servizio Gmail.

Di sicuro fidarsi di GMail sarebbe un pelino più facile se fossero implementati in maniera nativa meccanismi come PGP che ci farebbero guadagnare un bel po’ di sicurezza a scapito di un bel po’ di comodità mobile. A proposito, che fine ha fatto quel progettino?

L’importante è sapere quali sono i limiti della nostra privacy e decidere consapevolmente di rinunciarvi in parte in favore della comodità di accedere alla nostra posta dal PC di casa, da un iPhone, dal Blackberry, dall’Internet Cafè più sperduto.

Per lo meno, come suggerito dal servizio di Report, abilitiamo HTTPS ogni qualvolta sia disponibile: il traffico tra server e browser sarà criptato e saremo al sicuro da Firesheep. E usiamo password un po’ più sicure di “pippo123”.

Tutto ciò significa fare terrorismo? Io dico che è fare informazione e servizio pubblico, nella consolidata tradizione di Report.

Aggiungo che Stefania Rimini non si è limitata a parlare dei rischi connessi con le attività online ma ha parlato dei meriti che Twitter e Facebook hanno avuto e hanno tuttora negli eventi che hanno sconvolto il Nord Africa e di come hanno consentito a un’associazione del Ferrarese di raccogliere 12mila euro per rifare il pavimento dell’oratorio parrocchiale.

Critica #3: sveglia ragazzi, Facebook non è il mondo reale!

Qualcuno ha criticato il passaggio in cui una ragazza descriveva un gioco online di Facebook (CityVille), accusandola di lamentarsi di dover pagare con soldi reali per poter continuare a giocare, bollandola come bimbaminkia e invitandola a trascorrere un po’ più di tempo nel mondo reale. Innanzitutto basta rivedersi il filmato per rendersi conto che questa ragazza tutto faceva tranne che lamentarsi di dover sganciare denaro per giocare su Facebook.

In secondo luogo, forse è il caso di fare un corso di aggiornamento: il mondo digitale sta diventando sempre di più il mondo reale. Certo, non nel senso che chattare o giocare per ore su Facebook offra la stessa esperienza di una splendida gita in campagna con gli amici. Ma vi invito a riflettere sul fatto che fare commenti inappropriati sull’immagine digitale di una persona, per esempio il suo account Facebook, equivalga a diffamare la sua immagine pubblica di fronte all’intera platea di utenti Facebook, qualche centinaio di milioni di persone.

Siete ancora convinti che il mondo reale sia “là fuori” ?

Le mie critiche

Alcuni passaggi tra un argomento e l’altro del servizio erano deboli. Per esempio quello in cui viene introdotto il tema dei video virali in cui Stefania Rimini dice “[…] se le aziende si accorgono che che la gente rimpiange la vita autentica, postano un video come questo che diventa virale e lo vede un milione di persone”, un’affermazione  abbastanza insensata.

Altri argomenti potevano essere convenientemene approfonditi con una sola domanda. Per esempio, alla signora che pubblica un video di sua figlia su YouTube e si lamenta che lo stesso video venga trasmesso su un programma di Italia Uno (in violazione dei termini stabiliti da Google per l’utilizzo dei contenuti, per inciso) andava chiesto:”Signora, ci aiuti a capire perché le crea problemi che il video di sua figlia venga visto in televisione e le sta bene che il medesimo contenuto sia a disposizione di una platea assai più ampia come quella gli utenti di YouTube”.

Nel passaggio in cui un tizio racconta dell’avvenuto furto del proprio account google e riconosce di aver usato una password molto debole, Stefania Rimini sostiene che le credenziali dell’utente sono state sbirciate nonostante fossero trasmesse su una connessione protetta: una conclusione in conflitto con il racconto del protagonista e priva di fondamento. Se le cose fossero andate così, andava per lo meno spiegato come cautelarsi.

Infine, il doppiaggio in alcuni punti era forse troppo carico di espressione e finiva con il trasmettere un sovra-messaggio che poteva arrivare a distorcere quello verbale. Segnalo la scelta di doppiare il rappesentante di Facebook con la voce Roberto Pedicini, ossia il doppiatore di David Brent (Ricky Gervais) nella serie The Office. Un caso? 😉

Morale e consiglio

Ritengo gran parte delle critiche rivolte alla trasmissione di Milena Gabanelli alla stregua di manifestazioni di fastidio, come quelle di chi vede giungere nel proprio club privato gente che non ritiene avere i titoli per accedervi e dico questo perché molte di queste critiche non entrano mai nel merito del servizio di Stefania Rimini e si limitano a darne giudizi sommari, superficiali spesso lunghi quanto un twit.

Riconosco invece alla puntata il merito di avere gettato un bel fascio di luce sul tema della privacy digitale nei confronti di corporations per le quali il più delle volte non siamo Clienti ma semplice Pubblico e come tale in grado di vantare molti meno diritti. Tra cui uno, in particolare, fondamentale: disattivare il proprio account.

Quindi promuovo il servizio “Il prodotto sei tu”, Stefania Rimini, Report, Milena Gabanelli e boccio senza appello i critici a corto argomenti.

Detto questo, ho un suggerimento da dare alla Gabanelli: Peter Sloan è molto simpatico, però magari nella prossima serie di Report in aggiunta alle lezioni di conversazione e pronuncia inglese, non ci starebbe male una rubrica in coda alla trasmissione per approfondire i moltissimi temi presentati nel servizio di domenica scorsa.

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La forma e il contenuto

Posted in Business Analysis, Cultura by pigreco314 on 24 marzo, 2009

Dato che mi piacciono le definizioni operative dirò che a mio parere lo scopo primario per cui qualunque tipo di scritto viene creato è di essere letto.

E dunque chi scrive, dovrebbe sforzarsi il più possibile di rimuovere ogni ostacolo incontrato dal lettore nell’accedere al contenuto.

Quando un contenuto arido, ostico, asettico è già di per sé un ostacolo alla lettura occorre agire sulla forma.

I signori di Infomap hanno alcuni brillanti consigli da darvi per presentare in forma quasi gradevole e invitante il vostro prossimo arido, ostico e asettico documento tecnico.

Guardate che differenza fa presentare un tema piuttosto indigesto come la conformità alle prescrizioni della Food&Drug Administration prima e dopo la cura Infomap: FDA Compliance.

Altri esempi sono disponibili sul sito Infomap qui insieme a un’interessantissima demo sull’importanza della forma e del formato quando si scrivono documenti tecnici (e non solo).

Business Analyst Certification Program

Posted in Business Analysis, Cultura, Lavoro by pigreco314 on 7 marzo, 2009
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IIBA® is a registered trademark owned by International Institute of Business Analysis.

Ho iniziato un paio di mesi fa il percorso di certificazione per Business Analyst offerto dall’ International Institute for Learning: Business Analyst Certification Program (BACP).

Il corso verte sul contenuto del Business Analysis Body of Knowledge (BABOK® v1.6, sta per uscire la v2.0), l’equivalente della PMBOK dei project manager. Tuttavia la certificazione BACP non è equivalente alla certificazione Project Manager Professional  e per diventare un business analyst professionista occorre acquisire la certificazione CBAP® (Certified Business Analyst Professional) fornita dall’International Institute for Business Analysis (IIBA®) (sorta di equivalente del Project Management Institute) attraverso un esame simile a quello richiesto per i PMP.

La spina dorsale del percorso di apprendimento è costituita dalle 6 Knowledge Areas della BABOK®:

  • Enterprise Analysis (EA)
  • Requirements Planning and Management (RP&M)
  • Requirements Elicitation (RE)
  • Requirements Analysis and Documentation (RA&D)
  • Requirements Communication (RC)
  • Solution Assessment and Validation (SA&V)

La versione mind map delle knowledge areas e dei relativi task la trovate qui: BABOK® Knowledge Areas

Il programma BACP si articola in 4 corsi:

  • Business Analysis Fundamentals: 12 ore (se siete già PMP, dà diritto a 12 PDU)
  • Facilitation Skills: 18 ore (18 PDU)
  • Writing and Managing Requirements Documents: 12 ore (12 PDU)
  • Business Processes Modeling:18 ore (12 PDU)

I corsi si seguono online attraverso il meccanismo delle virtual classroom che devo riconoscere essere piuttosto efficace.

Ogni corso è seguito da un esame della durata di un’ora da effettuarsi online entro trenta giorni dal completamento del corso corrispondente: 30 domande sul contenuto del corso, della BABOK® e su situazioni da analizzare.

Ho superato il primo esame due settimane fa (punteggio 28/30).

Il Business Analyst non coincide esattamente con il ruolo di Solution Architect, presente nella nostra organizzazione, che si fa carico di trasformare i requisiti in una soluzione software nell’ambito di un progetto. Il BA è invece la figura preposta a far emergere, documentare, mantenere, verificare e validare i requisiti ed è più coinvolto nel Product Life Cycle (PdLC) più che nel Project Life Cycle (PLC).

Tuttavia, le conoscenze, tecniche e best practices del ruolo del BA sono un prezioso strumento anche per una figura di Solution Architect come la nostra. Sullo sviluppo di queste pratiche penso che baserò gli obiettivi del team per l’anno prossimo. Salvo cataclismi…

Bazzicando il sito dell’International Institute for Business Analysis mi sono imbattuto nel blog del loro istituto, molto interessante per gli addetti ai lavori.

Lo trovate qui: http://blog.theiiba.org/

Podcasts per imparare le lingue

Posted in Cultura by pigreco314 on 4 giugno, 2008

Tempo fa mi sono imbattuto in questo post del blog Openculture contenente link a una serie assai corposa di podcast per imparare le lingue straniere, dove con “straniere” si intende diverse dall’ inglese

Lo speaker è quindi sempre inglese e le lezioni nella lingua estera impartite in una varietà di formati: conversazione, grammatica, gioco, interviste, notiziari, ecc.

La maggior parte dei podcast è scaricabile dai siti di riferimento in formato mp3, quindi non è assolutamente obbligatorio avere iTunes o l’iPod Apple.

Alcune delle lingue disponibili:

  • Arabo
  • Blugaro
  • Cinese
  • Francese
  • Giapponese
  • Italiano (yes!)
  • Latino (sic!)
  • Tedesco
  • Spagnolo

Posso garantire sui risultati: mi sono preparato con il podcast sul Cinese (Chinese Learn Online) l’anno scorso prima del mio viaggio a Pechino, ascoltando ripetutamente le prime lezioni in auto, in viaggio per lavoro, durante la pausa pranzo e in poco tempo ho imparato come imbastire una conversazione minima.

Ho preso a rispondere “Grazie” e “Arrivederci” nella madrelingua del tabaccaio all’angolo. La prima volta, piacevolmente sopreso, il tizio mi ha risposto “Blavo, blavo”.

Giunto a Pechino, appena superato il controllo passaporti, ansioso di dare sfoggio ho salutato l’autista di mio cognato che lavora là da un paio d’anni e gli ho chiesto come si chiamasse. Mi ha risposto ma non ho afferrato il nome…

Insomma ho scoperto con grande meraviglia che il Cinese (parlato) è facile. La grammatica è più semplice di quella dell’Inglese. La cosa complicata è padroneggiare i 4 toni fondamentali.

Ok, un minimo di predisposizione per le lingue non guasta.